In ricordo di Peppino Impastato

giovani democratici

Peppino Impastato, un giovane siciliano come tanti con i suoi sogni e le sue speranze, ebbe la fortuna (o sfortuna) di nascere a Cinisi, un paesino vicino Palermo; di avere padre, zio e altri parenti mafiosi. Impastato, infatti, era un cognome conosciuto e rispettato in quei paesini, tra quei mafiosi che comandavano, erano sindaci, consiglieri, regolavano i mercati, gestivano e decidevano tutto, pure sulla vita e sulla morte dei loro compaesani.

Peppino​ sin da ragazzo si accorse che tutto ciò non andava, che quei rapporti e quei modi erano profondamente ingiusti, criminali e macchiati di sangue. Così, forse non rendendosi veramente conto di quanto grande era quel problema, decise coraggiosamente di combatterlo. Fondò un giornalino “L’idea socialista” e scrisse vari articoli, tra cui uno dal titolo “La mafia è una montagna di merda” e, dopo vari battibecchi in famiglia, verrà cacciato di casa dal padre. Si iscrisse al Partito Socialista che poi confluirà nel Partito Comunista Italiano (PCI) e aiutato dagli amici, mise su una radio libera (Radio Aut​) per trasmettere dei programmi di denuncia e di satira politica; inventò così un nuovo modo di fare giornalismo creando siparietti irriverenti che ridicolizzavano e sbeffeggiavano mafiosi e politici locali, storpiandone il nome, raccontando ciò che succedeva in quella cittadina che chiamava “Mafiopoli” e nel “Maficipio”, rivelando a tutti che quei tanti morti notificati come suicidi in realtà erano stati assassinati e per questo era diventato ben presto troppo scomodo per cosa nostra.

Peppino poteva scegliere di andarsene, addirittura suo padre, anni addietro, proprio per assecondare le richieste dei capimafia e un po’ per toglierselo di torno, gli suggerì di andare da dei parenti in America, ma lui decise di restare e continuare a lottare per i suoi ideali di libertà e giustizia, per la sua città, la sua terra, i suoi amici, il fratello minore Giovanni e sua madre Felicia. Così, tra una lettura e una trasmissione in radio, tra poesie, articoli e manifestazioni in piazza, nel 1978 decise di candidarsi al Consiglio comunale per provare a cambiare, nel suo piccolo, tutto quello che per molti era ormai normalità, rassegnazione per ciò che “è sempre stato così”, per il “rispetto” che si deve agli “uomini d’onore” e il loro volere. Voleva provare, con la sua tenacia a cambiare rotta a quel sistema mettendosi contro tutti, mafiosi e cittadini consenzienti, scendendo in piazza con quei pochi che lo sostenevano per iniziare a sradicare quel sistema criminale.

La mattina del 9 maggio del ’78, Peppino avrebbe dovuto tenere l’ultimo comizio in piazza per chiudere la sua campagna elettorale prima delle elezioni, ma quel palco e quella piazza saranno vuoti mentre e da Radio Aut un suo caro amico, Salvo Vitale annuncia: “Non ci sarà nessun comizio e non ci saranno più altre trasmissioni. Peppino non c’è più, è morto, si è suicidato. No, non sorprendetevi perché le cose sono andate veramente così. Lo dicono i carabinieri, il magistrato lo dice. Dice che hanno trovato un biglietto: «voglio abbandonare la politica e la vita». Ecco questa sarebbe la prova del suicidio, la dimostrazione. E lui per abbandonare la politica e la vita che cosa fa: se ne va alla ferrovia, comincia a sbattersi la testa contro un sasso, comincia a sporcare di sangue tutto intorno, poi si fascia il corpo con il tritolo e salta in aria sui binari. Suicidio. Come l’anarchico Pinelli che vola dalle finestre della questura di Milano oppure come l’editore Feltrinelli che salta in aria sui tralicci dell’Enel. Tutti suicidi. Questo leggerete domani sui giornali, questo vedrete alla televisione. Anzi non leggerete proprio niente, perché domani stampa e televisione si occuperanno di un caso molto importante. Il ritrovamento a Roma dell’onorevole Aldo Moro, ammazzato come un cane dalle brigate rosse. E questa è una notizia che naturalmente fa impallidire tutto il resto. Per cui chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia, ma chi se ne fotte di questo Peppino Impastato. Adesso fate una cosa: spegnetela questa radio, voltatevi pure dall’altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose, si sa che niente può cambiare. Voi avete dalla vostra la forza del buonsenso, quella che non aveva Peppino. Domani ci saranno i funerali. Voi non andateci, lasciamolo solo. E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Ma non perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia. E tu Peppino non sei stato altro che un povero illuso, tu sei stato un ingenuo, sei stato un nuddu miscato cu niente.

Pochi giorni dopo, il 14 maggio, gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale. Solo nel 2001, dopo 23 anni di indagini, insabbiamento e calunnie, la Corte d’assise ha riconosciuto che è stato vittima di mafia, riconoscendo e condannando il colpevole Vito Palazzolo a trent’anni di reclusione e l’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti, capomafia di Cinisi e mandante dell’omicidio di Peppino Impastato è stato condannato all’ergastolo.

Se oggi il cognome Impastato è sinonimo di antimafia, vuol dire che quelle idee erano sane, che quelle lotte contro le catene dell’oppressione, della paura e dell’omertà erano giuste, che quella voglia di cambiamento portava alla strada delle libertà, dei diritti e della giustizia; vuol dire che coloro che ci hanno creduto e si sono battuti anche a costo di rompere il rapporto con il padre e a costo della loro stessa vita per continuare a gridare fino alla fine che “la mafia è una montagna di merda!”, oggi devono essere ricordati.

Calogero Aquila

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